La mia Aurora nella tempesta

Dopo giorni difficili, torno con una testimonianza potente e luminosa: quella di Maria Rosa Sturli, scrittrice e donna con la sclerosi multipla. La sua voce attraversa il dolore, la trasformazione e la resistenza, fino a diventare arte. Una storia...
Dopo un po’ di assenza dal mio blog, a causa del dolore e dell’abbraccio della sclerosi multipla che in certi giorni è veramente insopportabile, oggi torno con un articolo che riporta la testimonianza di una persona speciale: Maria Rosa Sturli, che convive con la sclerosi multipla da molti anni e la racconta con una forza luminosa.
Maria Rosa Sturli è una scrittrice straordinaria che ha trasformato la sua esperienza con la sclerosi multipla in arte, parole e bellezza narrativa. In questi giorni sto leggendo il suo romanzo "Aurora e il simbolo di Babalon" e lo trovo semplicemente bellissimo. Vi lascio qui il link per acquistarlo su Amazon, perché merita davvero di essere letto: [Aurora e il simbolo di Babalon - Amazon](https://www.amazon.it/dp/B0D2GHZGRW). Lascio ora spazio alla sua voce cristallina e profonda. Una voce che racconta la sua storia con la sclerosi multipla, senza filtri, senza retorica. Solo verità, coraggio e poesia.
Se vi interessa leggere un'altra testimonianza di una donna che convive con la SM, potete dare un’occhiata anche a questo articolo del mio blog: [Una lentezza che cura: il mio ritmo con la SM](https://www.dariagranara.it/lentezza-e-sm)
E per approfondire temi legati alla narrativa e alla disabilità, consiglio due link esterni molto interessanti:
- ✦[Disabilità e diritti: approfondimento su Superando.it](https://www.superando.it/)
- ✦[Festival delle Lettrici Indipendenti – Letture e inclusione](https://www.festivalletteratura.it)
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Maria Rosa Sturli: sclerosi multipla e la sua battaglia narrata in "Aurora"
Mi chiamo Maria Rosa Sturli, ma il mio nome segreto è Ariosa. È così che mi chiamano le persone che amo e che mi leggono. Vivo in Calabria, in una casa piena di memoria e vento. Ho scritto un libro che si muove tra le ombre digitali e i misteri dell’anima: Aurora e il simbolo di Babalon. Ma prima ancora di essere una scrittrice, sono stata — e sono — una combattente. Non per scelta, ma per necessità. Perché a volte la vita ti costringe a duellare con ciò che non si vede, con ciò che si muove dentro le vene come una tempesta muta.
Era luglio del 2003. Avevo un corpo fiero, alto, capace. Ma qualcosa cominciò a incrinarsi. Un formicolio, una stanchezza che non passava, un senso di estraneità nel mio stesso corpo. Come se le mie gambe non mi appartenessero più. Da lì inizia il pellegrinaggio: medici, ospedali, pareri incerti, ipotesi scivolose. Cominciano i boli di cortisone. Ma la verità era sempre un’eco lontana, mai un volto definito. Alcuni sottovalutavano. Altri tacevano. Altri ancora non sapevano leggere i miei sintomi, come se il mio dolore fosse scritto in un alfabeto troppo segreto.
Ho vissuto nove anni sospesa. Dal 2003 al 2012 non ero né sana né malata. Ero un enigma. E ogni giorno diventavo più stanca, più lucida, più fragile. Ma non mi spezzavo.
Poi, finalmente, l’orco ha avuto un nome. Febbraio 2012, Sclerosi Multipla forma recidivante-remittente (SMRR). Un verdetto, sì. Ma anche un battesimo. Perché dare un nome al mostro significa poterlo guardare in faccia. Ho pianto, ho tremato, ma ho anche respirato. Era lui. Non più un’ombra, ma un avversario da affrontare. E da quel momento ho deciso di vivere. Non sopravvivere: vivere. Con le mani sporche di rabbia e di speranza.
Ho iniziato il Betaferon. Ogni puntura era una dichiarazione di guerra. Poi, nel 2017, la ciclofosfamide. Un veleno che doveva farmi bene. E poi l’Ocrelizumab, nel gennaio 2019, insieme a una nuova verità: ero passata alla forma secondaria progressiva. Cambiavo. Cambiava il mio corpo, cambiava la mia andatura, cambiava la mia autonomia. Cambiavo io.
Oggi mi muovo con una sedia a rotelle. È la mia carrozza di battaglia. Da maggio 2024 ho un catetere fisso, e ogni giorno è un gioco di equilibri tra dolore, organizzazione e meraviglia. Ma niente di tutto questo mi ha tolto il cuore. Nessuna terapia, nessuna diagnosi, nessuna sconfitta mi ha rubato la voce. Anzi, l’ha fatta più forte.
E allora ho scritto. Aurora e il simbolo di Babalon è il mio grido travestito da favola. Aurora, la protagonista, attraversa dimensioni parallele cercando di riportare ordine nel caos delle piattaforme digitali. Ma in realtà cerca sé stessa. E nel farlo, parla anche di me. Di quella parte di me che non si arrende, che lotta con il trucco sbavato e il rossetto perfetto, che sbaglia, cade, ma poi risale con il sorriso di chi ha danzato con l’Inferno e ne è uscita con le piume bruciate, sì, ma ancora capaci di volare.
La sclerosi multipla è la mia compagna di viaggio. Crudele, sfuggente, ma anche rivelatrice. Mi ha tolto la pelle che conoscevo, ma mi ha dato ali invisibili. Mi ha costretta a guardarmi nuda, fragile, potente. Non ho scelto la malattia. Ma ho scelto la narrazione. E in questo, forse, ho vinto io.
Se state leggendo e state lottando, in qualunque forma, sappiate questo: c’è bellezza anche nella rovina. C’è luce anche negli occhi stanchi. E c’è una voce, la mia, che vi dice: resistete. Scrivetevi addosso nuovi alfabeti. E quando arriva l’Orco, dategli un nome. Poi scagliategli addosso una poesia, o qualsiasi forma d’arte che diventa arto di battaglia.